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  • Valentina Tettamanti

Torpore vs Stupore


La realtà nella quale siamo immersi fin dai primi istanti di vita, fondata su criteri pre-determinati che stabiliscono cosa è “reale” e cosa è “normale”, ci pone nella condizione di essere “modellati”, attraverso i processi di educazione e di socializzazione, secondo schemi rigidi.

Qualcuno, solitamente i nostri genitori, ci fornisce strumenti di “adattamento” all’ambiente entro il quale siamo nati e dove si dispiegherà la nostra esistenza.

Il bambino appena nato, di per sé, possiede infinite potenzialità di “adattamento”. Solo crescendo tali potenzialità si irrigidiscono e vengono attuate quelle maggiormente convenienti a mettere in atto una esistenza coerente con il sistema di riferimento nel quale si è inseriti.

Per dirla con Castaneda: il processo educativo contribuisce a fissare il “punto di unione”, che nel bambino è mobile. Tale mobilità gli permette di percepire il mondo come un insieme di infinite scoperte e possibilità, non come qualcosa di già dato, ma come un grande mistero da affrontare con stupore e meraviglia.

Lo sguardo tipico del bambino intento ad osservare qualcosa di nuovo è emblematico e rappresentativo di cosa significhi stupirsi. Occhi spalancati e fissi verso l’“oggetto” di interesse, dito teso ad indicarlo, bocca aperta, viso immobile per alcuni istanti.

Poi si cresce e lo stupore, spesso, viene sostituito da una sorta di torpore.

Il torpore di coloro che, senza nemmeno accorgersene, camminano assopiti lungo le strade della vita. I loro occhi non vedono più, si limitano a non inciampare lungo il tragitto. Non osservano, ma danno per scontato. Ogni cosa diventa banale. Si viaggia in superficie e sull’entusiasmo del momento, dato da oggetti effimeri, per i quali si perde facilmente interesse e che devono essere sostituiti da nuovi, anch’essi consumanti senza sosta, in un ciclo infinito di insoddisfazione e noia.

Per questi adulti, l’albero sotto casa non conta nulla, è lì da sempre e, magari, non lo hanno mai osservato, nemmeno una volta. Quando il piccolo che hanno per mano inizia ad indicarlo, meravigliato, spesso non capiscono, si chiedono il perché di tanta gioia, in fondo è solo un albero come tanti.

Non lo è per il bambino. Per lui quell’albero parla lingue differenti ogni giorno. Le foglie, oggi, non hanno lo stesso colore che avevano ieri. L’uccellino che gioca tra i rami è una entusiasmante novità. E le formiche! Magnifico osservare quei piccoli esserini che si muovono ordinatamente in fila indiana, avanti e indietro, su e giù dall’albero, fino alla loro tana.

Per fortuna lo sguardo stupito del bambino, con semplicità e meraviglia, è in grado di scuotere l’animo adulto assopito, a patto che quell’animo accetti con entusiasmo di essere destato dal torpore.

Spesso ciò non avviene e molti adulti “lottano” (a volte inconsapevolmente) contro il rischio del “risveglio” e cercano di trascinare il bambino nel loro mondo, considerato “reale” e “serio” e concepito come antitetico al presunto mondo “fantastico” del bambino.

Solo la capacità di stupirci può salvarci da un mondo in bianco e nero, dato per scontato, nel quale viviamo vite amorfe, caratterizzate dal timore del cambiamento e dall’angoscia della morte.

Oggi, in un momento storico tanto peculiare, contraddistinto dall’avvento di cambiamenti che hanno rivoluzionato le nostre esistenze, indipendentemente dalla nostra volontà, siamo chiamati a scegliere.

Scegliere in che direzione condurre le nostre vite.

Possiamo continuare a camminare ad occhi chiusi, desiderosi di tornare a quel torpore “rassicurante” della quotidianità di prima del Covid-19, oppure possiamo scegliere di cambiare, di lasciare che gli eventi tanto destabilizzanti degli ultimi mesi scuotano le nostre esistenze e ci spronino ad aprire gli occhi per vedere il mondo e la vita da prospettive nuove. Possiamo scegliere, insomma, di lasciarci guidare dallo stupore, per non dare nulla per scontato, per osservare attentamente quella che chiamiamo “realtà” e iniziare a esercitare il dubbio e il pensiero riflessivo, strumenti che ci conducono su strade nuove e inesplorate, alla ricerca della conoscenza, quella vera! Non quella paccottiglia preconfezionata che ci viene venduta come oro colato dai mass media del momento.

Chiediamoci il senso delle cose, ma non aspettiamo che qualcuno si arroghi il diritto di fornirci risposte assolute e dogmatiche, impariamo a dare il nostro senso alla nostra vita. Solo così possiamo scegliere quali scopi perseguire e per quali scopi valga la pena fare sforzi e lottare.

Nessuno, infatti, può presumere di avere a disposizione la risposta “universale” sul senso. Eppure, la domanda, accomuna tutti noi e “invade” quotidianamente le nostre vite.

Indipendentemente dalla specifica circostanza del Covid-19, tale domanda accompagna la nostra esistenza fin dalla più giovane età. Che senso ha la vita? Perché esisto? Qual è lo scopo della mia esistenza? E via dicendo…

Cercare il senso fuori di noi conduce ad un vicolo cieco, illuminato, a volte, da apparenti certezze a cui decidiamo di credere e di affidarci per non cadere dell’abisso del non-senso e per la paura di perdersi in domande senza risposte.

L’essere umano, al contrario dell’animale, ha bisogno di una motivazione valida e convincete che lo spinga ad alzarsi ogni giorno dal letto per portare avanti la sua esistenza. Quando tale motivazione viene a mancare si corre il rischio di cadere in balia dell’angoscia e della depressione, quindi di vivere una esistenza dominata dal torpore, dal lasciare che le cose vadano come devono andare, senza pensare di poter intervenire sul corso degli eventi.

In un mondo invaso da guru e “grandi” maestri che sembrano poterci indicare la via maestra da seguire per condurre bene la nostra vita, abbiamo dimenticato che possediamo già, dentro di noi, infinite risorse (di cui spesso non abbiamo la minima consapevolezza) per costruire il nostro percorso partendo proprio da noi stessi.

Finché non decidiamo di chiuderci in una stanza in compagnia di noi stessi e impariamo a esplorare il vasto mondo sconosciuto che ci abita, siamo destinati a navigare sulla superficie della vita, senza mai sperare di conquistare un briciolo di quella vasta conoscenza a cui da sempre l’uomo aspira.

Questi strani giorni dello “stare a casa” potrebbero rappresentare l’opportunità per l’inizio di un tale percorso di esplorazione personale per tutti coloro che avranno il coraggio di scegliere di abbandonare il torpore e lasciarsi abitare dallo stupore.

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