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Il benessere e il nulla. Riflessione semiseria sul senso del dolore.*

May 14, 2018

 

 

Benessere e malessere. O mal essere e ben essere? Tra le sfide e le sfighe della vita, encomiamo pure gli atti eroici ma preferiamogli le buone pratiche.

 

            - Toh, chi si vede! Come va?

            - Oh ciao. Non tanto bene, veramente. È un periodo piuttosto duro. Ho problemi al lavoro e anche con la mia compagna le cose non filano lisce per niente.

            - Sai una cosa? bisognerebbe sempre accendere un cero alla sofferenza. Il dolore è un alleato, anzi il nostro maestro migliore.

            - Arrivedeeerci!

                             

            Ogni volta che ripenso a questo dialoghetto còlto tra un caro amico e una - peraltro bravissima - psicoterapeuta, rido.

            Mi succede di riferirlo all’interno dei gruppi che conduco per suscitare riflessioni intorno al tema delle condizioni che parrebbero poter aprire la strada al benessere, garantendo l’evoluzione di un individuo in termini di umanità, comprensione, forza, compassione, intelligenza… qualità, si direbbe, di un certo, ineccepibile pregio.

            Immancabilmente i partecipanti finiscono col convenire che avevano ragione entrambi.

            La lettura più votata è che si cresce grazie al dolore solo a patto che sfoci, presto o tardi, in un’occasione di gioia: un travaglio protratto indefinitamente - a detta dei più - non può che incattivire; fare evolvere sì ma solo in senso peggiorativo.

            Insomma, accendiamolo pure ’sto cero alla sofferenza, purché ci assicuri il miracolo del piacere!

            Del resto, chi si sottoporrebbe a diete draconiane senza l’obiettivo di abbassare i valori del colesterolo? Chi passerebbe ore a esercitarsi in palestra senza la promessa di conquistare un corpo tonico?

 

            La disciplina della felicità

 

            Le speranze riposte nelle regole del sacrificio sembrano essere le medesime per il corpo e lo spirito. E abbiamo a disposizione un retaggio ampio di perle di saggezza snocciolate da mistici, letterati, filosofi e - più in generale - uomini di cultura per trovare sostegno e coraggio nelle difficoltà, attingendo alla loro esperienza di fatiche coronate di splendori.

            È vero, Friedrich Hegel nell’introduzione alle Lezioni sulla filosofia della storia non aveva dubbi nel sostenere, con piglio tutto teutonico, che «la storia non è il terreno della felicità. I periodi di felicità sono in essa pagine vuote». Nondimeno, di fronte alla meno burocratica e più delicata questione dell’infelicità nelle storie personali la conclusione perentoria del filosofo dello spirito solleva qualche compassionevole esitazione.

            Nel corso di quella singolar tenzone che ciascuno di noi ingaggia con le sfide (e le sfighe) della quotidianità si palesa spesso lo scarto di tribolazioni tra una pur encomiabile disciplina di sé - fatta di meditazione, apertura accogliente alla sorte, indagine ordinata - e l’effettivo conseguimento del benessere sperato. Da sempre, di fronte a ciò, qualche illuminato più illuminato di altri s’azzarda a suggerire che una realizzazione di sé intrisa di verità e pienezza esistenziali coinciderebbe non nell’ottenere ciò che si desidera bensì nel desiderare ciò che si ha. Le testimonianze in merito sono molteplici e variamente declinate: dal commediografo latino Publio Terenzio Afro, citato per questo da Sant’Agostino, a Oscar Wilde; da Erasmo da Rotterdam a Osho; fino ad approdare al genio aforistico di Kafka che sentenzia: «In teoria vi è una perfetta possibilità di felicità: credere all'indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo».

 

            Salviamoci dalla salvezza prêt-à-porter

 

            Di certo, l’inesorabile imponderabilità dei destini personali non lesina agli uomini occasioni per lasciare traccia di folgoranti esempi di fortezza; tuttavia ciò che davvero conferisce dignità a un’esistenza non è l’atto eroico imposto dal caso bensì la scelta deliberata e ripetuta di buone pratiche. Solo la consuetudine all’indagine interiore silenziosa e schietta che emancipi l’istinto alla felicità nella direzione di un benessere continuamente interrogato, ricontrattato, conquistato assicura la ragione all’etica. Così, forse, l’insegnamento più disarmante circa il senso della felicità ci arriva dai filosofi che hanno apparigliato senz’altro ragione, felicità e virtù. «Non vi può essere vita felice senza che essa sia saggia e bella e giusta, né saggia bella e giusta senza che sia felice. Le virtù sono infatti connaturate alla vita felice, e questa è inseparabile da esse» scriveva Epicuro nell’Epistola a Meneceo.

            Una vita che tenda a chiarire a se stessa questa connessione, è davvero all’insegna del Benessere.

            Le alternative facili al logorio della modernità, le risposte preconfezionate di chi in cambio di danaro offre slogan per allenare alla vita, la ricerca della salvezza personale che trova nei modelli prêt-à-porter di certa e(ste)tica new age i santini cui conformarsi e tutta la paccottiglia dei rituali di gruppo sono il nulla.

            Che i cultori di Sartre mi perdonino il gioco di parole.

 

 

Articolo pubblicato il 10 aprile 2018 su “Benessere Italia 360” - indirizzo: http://www.benessereitalia360.it/benessere-e-dolore

 

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