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Cosa significa guarire. Una scorribanda esistenziale.*

June 25, 2018

 

 

Comunque la mettiamo, la vita è una faccenda da cui non si esce vivi. Eppure, un quarto d’ora prima di morire un uomo è ancora vivo. E perciò ha qualcosa da cui guarire.

 

            Riacquistare la salute. O rimettere in salute, nella versione transitiva. Il verbo guarire arriva a noi dalla radice tedesca var, la stessa di “guardare”, e assume significati di difesa e protezione.           Comprende dunque in sé la tensione verso uno stato di incolumità, salvezza, integrità e sanità che pare riprodursi e fiorire nel rizoma dell’osservazione.

            Guardarsi, del resto, è già avere cura di sé. Se ci osserviamo allo specchio prima di uscire di casa è per assicurarci che l’immagine che mostreremo agli altri corrisponda (o almeno si avvicini) a quella che desidereremmo presentare.

            Guardare a sé è, poi, alla base di tutte le discipline che suggeriscono una corretta igiene di vita. Guardare le reali necessità fisiche, emotive, psichiche al netto delle lusinghe alimentari, delle narrazioni ingenue, delle rimozioni inconsce. Tanto per sorvolare appena la questione, assumendomi i rischi di un’esposizione semplicistica.

            E tuttavia un tale livello di coscienza richiede il coraggio della verità, la costanza dell’attenzione, la padronanza di sé, il riconoscimento implacabile dei danni dell’autoindulgenza. Talora un vero e proprio sacrificio, nel senso del “fare sacro” ogni nostro atto.

            Insomma, a voler giocare con le parole, proprio il contrario di una passeggiata di salute!

 

Salute e figli arguti

            Quel gran genio caustico e provocatore di Emil Cioran sosteneva ne Il funesto demiurgo che «soffrire è produrre conoscenza».

            Ho già affrontato l’enigma di come il dolore sembri avere a che fare con l’evoluzione umana, accennando al modo in cui la storia del pensiero ha provato a risolverlo. Il tema è di quelli fondanti, relativamente al rapporto tra sviluppo personale e vita quotidiana, e presenta tante di quelle sfaccettature che avremo modo di parlarne ancora. Magari rispondendo alle sollecitazioni dei lettori se qualcuno vorrà scrivermi per un confronto, ciò che auspichiamo per la vitalità di questa rubrica.

            Si tratta, ora, di innescare il processo inverso. Cioè di attivare una relazione dialettica tra il soffrire e la conoscenza tale per cui il secondo termine dell’aforisma di Cioran da prodotto e derivato divenga ispirazione di quel processo capace di “guarire”.

 

Il paradosso della guarigione

            Riflettere. Comprendere. Trasformare. Il collega Federico Levy e io, per comodità nella definizione della procedura, ci siamo divertiti a sintetizzare in queste tre tappe il fertile divenire cui dànno accesso le pratiche di consulenza filosofica e di counseling esistenziale. Un divenire che è paragonabile all’acquisizione di quell’integrità che sul piano esistenziale è sinonimo di salute.

            La ricca letteratura relativa alla speculazione sull’etica della cura ha indugiato e indugia ancora - con esisti spesso assai discordi - sulla potenziale liceità terapeutica del contributo che un professionista dell’indagine, della maieutica e del dialogo qual è il filosofo pratico, un “professionista della domanda”, diremmo, può offrire alla “guarigione”. Soprattutto in un’epoca come quella contemporanea, sopraffatta dalla ricerca e dalla relativa elargizione di risposte risolutive.

            Questa mia bagattella in forma di scorribanda esistenziale indugia su un paradosso che può sembrare una provocazione.

 

            A volere essere ragionevolmente cristallini dovremmo ammettere che proprio l’idea stessa di guarigione non è e non può essere una risposta risolutiva dal momento che la vita è, in ogni caso, una faccenda da cui non si esce vivi.

            Tutti ricorderemo il celebre explicit de La coscienza di Zeno, che ci inchioda alla scabra verità già fin dall’età in cui di norma ci si imbatte nella lettura di Svevo, cioè intorno ai quindici o sedici anni:
 

La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure.

 

Muoio, quindi sono

            Dovremmo per questo rinunciare ad ambire alla guarigione? Tutt’altro. Il valore di questo processo di riconquista dell’equilibrio in seguito a uno scompenso (fisico, esistenziale, psichico…) consiste, semmai, proprio nella condizione transeunte. E se su un piano di rigorosa coerenza logica dovremmo ammettere con lo scrittore triestino che «Qualunque sforzo di darci la salute è vano», nella pratica abbiamo tutti sperimentato quanto l’uscita da un’infermità personale o di qualcuno che amiamo sia occasione di festa. Anche se la sappiamo ineluttabilmente caduca. Quello di morire sani pare ai più un obiettivo ineccepibile!

            Stringere l’osservazione all’evidenza del mero dato corporeo aiuta forse a illuminare la non contraddittorietà di questa aspirazione peculiarmente umana. Quell’integrità che produce assenza di dolore a livello organico fa sì che il pure ineludibile, estremo passaggio dell’esistenza non sia straziante per chi lo attraversa e per quanti lo accompagnano.

            Di più: a dispetto della consapevolezza della “lisi”, in ogni superamento delle “crisi” si verifica una piccola rinascita della quale l’individuo si sente, a buon diritto, artefice.

 

“Appartenere” alla nostra ora

            Perfino nella guarigione fisica il contributo di presenza a sé che il paziente può aggiungere all’opera imprescindibile del medico e dei medicamenti è ormai scientificamente riconosciuto come tutt’altro che irrisorio e conferisce al sistema di risanamento una qualità esistenziale di rilievo.  

            Potremmo definire tale presenza a sé come la capacità di mantenere lucidità nella relazione che intercorre tra la coscienza personale e i fenomeni; e se essa ha una parte sostanziale nei trattamenti delle affezioni biologiche è facile intuire come divenga esclusiva nell’avanzamento coscienziale e nella trasformazione che ne segue. Affinché il processo sia autonomo, dinamico e vitale (è giusto il caso di dirlo!) occorrerà che esso sia improntato a continua interrogazione; che non tanto rifugga dalle risposte, dunque, ma continui a indagarle sottraendosi alla rigidità di considerarle definitive. Dal momento che la linfa dell’esistenza è proprio il suo stato di transitorietà, non tanto trovare la soluzione conta quanto, piuttosto, la capacità di “appartenere” alla condizione in cui ci troviamo. Domandando, in modo sempre nuovo.

            Una parola forte in questo senso arriva dal Vangelo di Giovanni:


Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! (Gv 12, 28).

 

            Salvezza e salute, si sa, hanno il medesimo etimo. Alla schiacciante evidenza che ha perpetuato la memoria di monsieur de La Palice in base alla quale un quarto d’ora prima di morire un uomo è ancora vivo aggiungeremo che, perciò, egli ha ancora qualcosa da cui guarire.

            La conoscenza non è un modo di arrivare alla salute. È la salute stessa.

 

 

*Articolo apparso il 24 aprile 2018 su “Benessere Italia 360” - indirizzo: http://www.benessereitalia360.it/cosa-significa-guarire/

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