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OLTRE IL CERVELLO

 

OLTRE IL CERVELLO

Entanglement non-locale, fenomeni paranormali e scienze di confine

(Note per una Antropologia dell’Oltre)

 

 

 

1.       Il fenomeno dell’entanglement quantistico attiene fondamentalmente al mondo delle particelle elementari. Sussistono comunque alcuni modelli teorici (basati su disparate evidenze sperimentali) che dimostrerebbero che l’entanglement può verificarsi anche su scale relativamente macroscopiche, come ad esempio a livello del DNA e del cervello. L’evoluzione di tali modelli esplicativi sembra permettere un ulteriore ampliamento di tale “fenomeno” ad ambiti (definiti paranormali dalla cultura standard), la cui manifestazione pare evidenziare elementi riportabili ad aspetti prettamente quantistici di non-località, tipici dell’entanglement.

 

2.           Ricercatori accademici (sia fisici che biologi) molto qualificati hanno evidenziato (con esperimenti di laboratorio e valutazioni statistiche, fondate sul metodo scientifico) come il “paranormale” abbia una sua “consistenza” e che, anche se ancora non ne possediamo modelli esplicativi “esaurienti”, molte delle sue manifestazioni sembrano indicare che in esso sia in atto un processo analogo a quello dell’entanglement.

Inoltre, lo studio accurato di alcuni fenomeni attinenti al “paranormale” ha permesso di ipotizzare che la meccanica quantistica costituirebbe solo la punta di un gigantesco iceberg completamente sommerso, nel senso che l’entanglement particellare sarebbe solo un “corollario” di una legge molto più estesa e che la meccanica quantistica potrebbe, quindi, costituire solo una “parte” di una teoria fisica più vasta, che ancora non è alla nostra portata, ma di cui riusciamo (a malapena) a intravedere gli effetti.

 

3.       È importante rilevare che recentemente molti studi e ricerche sperimentali hanno potuto evidenziare come sia possibile una “connessione-non-locale” non solo all’interno del cervello, ma anche tra "mente-e-mente”. In altri termini, l’entanglement mentale pare non limitarsi a far “orchestrare” tra di loro i microtubuli all’interno del cervello (generando il “flusso della coscienza” in un dato individuo, come propone la teoria di Penrose ed Hameroff), ma sarebbe in grado di determinare anche una sorta di “connessione-a-distanza” tra due o più menti.

Anche se non ne possediamo ancora un valido modello esplicativo, tale “fenomenologia anomala” è stata verificata sperimentalmente e con sufficiente “ripetibilità”, al punto che attraverso di essa potrebbero aprirsi le porte verso un modello più vasto ed organico, in grado di rendere meglio conto delle capacità della “coscienza”, nella interazione sincronica “tra-mente-e-materia” e “tra-mente-e-mente”.

 

4.       Dal momento che è risaputo che il cervello “emette” onde elettromagnetiche, per molto tempo si è ritenuto (a cominciare dal premio Nobel per la fisica Joseph J. Thomson) che l’interazione ed il trasferimento di segnali “mente-materia” e “mente-mente”, tipici del “paranormale”, fossero originati da segnali riportabili alle onde elettromagnetiche.

Secondo tale ipotesi, il “segnale” dovrebbe necessariamente diminuire esponenzialmente all’aumentare della distanza ed al diminuire della ampiezza. Molti seri esperimenti relativi a fenomeni paranormali (condotti in condizioni di totale “schermatura elettromagnetica” e su lunghissime distanze) non hanno evidenziato, però, tale “declino delle onde”.

 

Oggigiorno, quindi, pare sempre più scientificamente “accertato” che possano aver luogo esperienze attinenti al campo della “mente” e della “psiche” (autenticamente genuine), che la scienza “tradizionale” ha per molto tempo ignorato o male interpretato. Tali esperienze (paranormali) sembrano evidenziarsi ed articolarsi attraverso una sorta di “legami olistici”, non localizzabili in termini di spazio-tempo. Tali “legami” (istantanei) permettono di ipotizzare che il “paranormale” (quando sia veramente autentico) potrebbe costituire una conseguenza di un universo non-locale, che si manifesterebbe attraverso le strutture biologiche, sotto forma di “bio-entanglement”.

 

5.       È da rilevare che, dopo circa due secoli di studi alquanto superficiali ed approssimativi sul “paranormale” (al cui proposito le “critiche” della scienza apparivano spesso più che giustificate), a partire dall’ultimo trentennio del Novecento le ricerche in tale ambito hanno progressivamente assunto una valenza molto più rigorosa e “convincente”.

Tali studi sembrano evidenziare che, nonostante non sia ancora possibile proporre una teoria esplicativa fondamentale ed esaustiva, sussiste una forma di interazione energetica (o informativa) ancora sconosciuta, ma indubbiamente rilevabile sperimentalmente. In passato (come già detto) si riteneva che tale forma di interazione mente-materia e mente-mente fosse fondamentalmente di natura elettromagnetica, ma oggigiorno (ed in seguito agli ultimi sviluppi della teoria quantistica  ed all’affinamento degli esperimenti di laboratorio) si è portati a pensare che tali segnali elettromagnetici (inevitabilmente presenti) sembrano costituire solo una “reazione classica”, successiva all’avvento di fenomeni prettamente non-locali, attinenti a “campi di informazione sottostanti” di natura non-locale (ad es.: il “Campo di Plank”, l’Ordine Implicato di D. Bohm, il “Campo akashico” di E. László, ecc.).

 

6.       Molti di tali promettenti (e “sconvolgenti”) ricerche, seppur condotte da seri ed eminenti scienziati, e pubblicati a volte su prestigiose riviste, continuano ancor oggi ad essere per lo più ignorate, nonostante l’interesse evidenziato per essi da personalità del calibro dei Premi Nobel, quali R. Feynman e B. Josephson. Quest’ultimo (Josephson), ad esempio, ha dedicato molte energie ad investigare sulle possibili basi quantistiche e/o sub-quantistiche del “paranormale”, obbedendo (come egli stesso afferma) al fondamentale “principio-guida”, denominato “nullius in verba” (Non prendere la parola di nessuno per se stessa) e sostenendo letteralmente che “… se tutti gli scienziati bocciano un’idea, ciò non dev’essere necessariamente considerato come una prova che la suddetta idea sia assurda; al contrario, occorre esaminare con cura le presunte motivazioni di tali opinioni e giudicare quanto bene queste reggano ad un attento esame”.

 

7.       Un fenomeno interessante, rilevato negli esperimenti condotti nell’ambito del “paranormale”, consiste nel fatto che si è notato che, se tali esperimenti vengono effettuati in sequenza temporale ravvicinata, i “risultati positivi” di norma tendono sistematicamente a diminuire.

 

Si ritiene che tale “declino” dei risultati all’attuarsi della “replica” sia da imputare ad un “depotenziamento dell’intenzione” dei soggetti (sottoposti a sperimentazione) a produrre il “fenomeno”, a causa della minore “motivazione” causata dalla “ripetitività dell’esperimento”.

 

Tale fenomeno (apparentemente “negativo”) pare indicare qualcosa di importante per quanto concerne il campo del “bio-entanglement mentale”, in relazione a quel processo che genera una “intenzione” indirizzata al manifestarsi ed al prodursi del fenomeno “paranormale”. Si è constatato, in tale ordine di idee, che sono le caratteristiche e la qualità della “intenzione” e della “attenzione” (del soggetto sperimentale preso in considerazione) a costituire gli elementi specifici che danno luogo ai risultati meglio correlati in ordine ai fenomeni paranormali.

 

Ciò sembra indicare che la “casualità” non costituisce una caratteristica costitutiva dei fenomeni presi in considerazione. Se si prescinde, cioè, dalla “attenzione” e dalla “intenzione” di un determinato soggetto (dotato di “mente”), tale (apparente) casualità può essere considerata alla stregua di una sorta di “rumore di fondo”; in altri termini, qualora queste due fondamentali qualità e potenzialità della mente cosciente (“attenzione” ed “intenzione”) vengano attivate attraverso adeguate procedure di “focalizzazione” e “centratura”, allora si rileva che la presunta “casualità” sembra celare al suo interno un processo, attraverso cui viene trasmessa “informazione”, in potenziale risonanza (non-locale) con un particolare e specifico “sistema percettivo”. La adeguata e congrua attivazione e calibratura di tale “sistema percettivo” (attraverso il processo mentale della intenzione-attenzione) costituirebbe, quindi, l’elemento che permette il manifestarsi del “fenomeno paranormale”.

 

In tale ordine di idee, è da rilevare che, nell’ambito delle ricerche sul “paranormale”, le esperienze di laboratorio sembrano tutte convergere sulla costatazione (come affermato in precedenza) che la connessione non-locale mente-materia e mente-mente risulta strettamente connessa con la “qualità” della “attenzione-intenzione” dei soggetti presi in considerazione. In altri termini, la corretta ed adeguata “qualità” della “attenzione-intenzione” permetterebbe di trasformare il rumore (caos) in ordine (logos).

 

Per portare una esemplificazione analogica, si può pensare al riflesso chiaro e limpido della propria immagine nell’acqua di un lago completamente calma e tranquilla. Se l’acqua fosse, invece, mossa ed “agitata”, l’immagine risulterebbe indubbiamente confusa ed “irriconoscibile”. L’abilità di attivare una congrua capacità di attenzione-intenzione funzionerebbe (nell’analogia esemplificativa) come l’elemento che permette di quietare le acque, rendendole calme e piane, in modo da permettere di percepire quanto in esse si riflette.

 

Secondo tale prospettiva, appare evidente l’importanza che assume, in questo contesto, la capacità di saper modulare adeguatamente (e al momento “opportuno”) gli “stati della mente”, al fine di creare le pre-condizioni adatte al manifestarsi della tipica non-località del “paranormale”. Non è un caso, ad esempio, che è stato constatato un significativo effetto della “meditazione” (o di analoghe condizioni mentali) nel favorire i fenomeni paranormali, dal momento che riuscire a saper “meditare” comporta la acquisita capacità di “quietare” il caos mentale ed emozionale.

 

8.       Qualsiasi possa essere in futuro la teoria in grado di spiegare tali fenomeni, molti esperimenti di laboratorio sembrano, già fin d’ora, condurre alla conclusione che (come ha argomentato il già citato premio Nobel, Brian Josephson) gli organismi complessi, evoluti e in grado di formulare un “intento”, sono in grado di produrre effetti correlati non-localmente, ad opera dell’intento messo in atto. E ancora, se oltre all’intento viene applicata un’adeguata dose di “attenzione-focalizzazione”, allora pare venirsi a creare un processo di “coerenza” che tende (in qualche modo) a ridurre la “casualità”, indirizzando i processi in un verso preciso ed “ordinato”, coincidente con una diminuzione della “entropia” ed un conseguente aumento della “neghentropia”.

 

Il fatto, poi, che negli esperimenti (scientificamente fondati e adeguatamente condotti) su molti dei fenomeni paranormali si evidenzino correlazioni non-locali, ha permesso a molti ricercatori di supporre che una sorta di “meccanismo olografico” sovrintenda a questo processo (come ipotizzato già dalla teoria dell’universo olografico, proposta da David Bohm e Karl Pribram). In tale prospettiva, la “coscienza” si estenderebbe, oltre il cervello, ad ogni livello dell’universo, fino ad ipotizzare che lo stesso cosmo sia sottilmente “senziente” e “vivo”. Ciò fino al punto di permettere al fisico-matematico Freeman Dyson di affermare che è tutt’altro che irragionevole credere che esista una “componente mentale dell’universo”.

 

9.       Svariate sono state (e sono tutt’ora) le teorie attraverso cui si è tentato (e si tenta) di fornire una spiegazione al “campo in-formativo”, cui sembrano attingere le esperienze paranormali: dall’Inconscio collettivo di Karl Gustav Jung, ai Campi morfogenetici di Rupert Sheldrake, al Campo akashico di Erwin László (per citarne solo alcuni).

 

Tali teorie (anche se in maniera differenziata) postulano tutte una sorta di livello (o campo) di “memoria non-locale”, in relazione alla quale la “mente” è in grado di “risuonare”. In che modo specifico tale processo di “risonanza” avvenga, nessuna teoria è ancora in grado di spiegarlo adeguatamente e “definitivamente”.

 

Brian Josephson, professore emerito dell’Università di Cambridge, presso cui ha diretto il Mind-Matter Unification Project (Progetto Unificazione Mente-Materia), che, come già detto, è indubbiamente uno dei più seri scienziati interessati ai fenomeni attinenti al “paranormale”, ritiene che, per elaborare un adeguato modello teorico atto a spiegare tali fenomeni, occorre “andare oltre” la teoria quantistica. Egli (anche se insignito del Premio Nobel per la fisica) ha subito svariati attacchi dalla comunità accademica, che ritiene siano dovuti a diffusa ignoranza da parte di coloro che si rifiutano (con “pre-giudizio” ed in maniera anti-scientifica) di prendere nella dovuta considerazione i risultati sperimentali e statistici che ormai sono stati conseguiti in questo campo. A tal proposito, ha tenuto a far presente, tra l’altro, come di fatto esistano molte più evidenze sperimentali circa alcuni fenomeni “paranormali” (che, entro certi limiti, possono essere replicati con accuratezza) che non circa molti fenomeni “fisici”, universalmente presi in considerazione e “accettati” dal mondo accademico, ma mai dimostrati sperimentalmente.

 

È pur vero, comunque, che per quanto attiene al “paranormale”, pur disponendo di molti dati sperimentali, non esiste ancora (come già affermato) un “modello fisico” in grado di descriverlo in maniera “formalmente compiuta”. Ed è, forse, proprio per questa ragione che, come testualmente afferma Massimo Teodorani, “… i fisici standard preferiscono un modello esatto di cose che non si vedono, piuttosto che un modello vago su fenomeni che si vedono”.

 

10.     Anche se in assenza di un modello quantitativo esaustivo, relativo alla fenomenologia del “paranormale”, Brian Josephson ne ha comunque fissato e delineato in maniera adeguatamente precisa i “limiti” e gli “ambiti”.

 

Innanzitutto egli ha posto nel giusto rilievo il fatto che i fenomeni paranormali costituiscono una peculiarità del mondo “biologico”, per il quale le “regole quantistiche” valgono solo limitatamente. La meccanica quantistica (nella sua versione “classica”) consegue i suoi tipici (e, per certi aspetti, strabilianti) risultati per il tramite di operazioni algoritmico-matematiche e probabilistiche altamente avanzate e sofisticate. In tal modo, però, essa tende inevitabilmente ad ignorare i “casi individuali”, i quali possono assumere invece un’alta rilevanza nell’ambito dei bio-sistemi.

 

In tale prospettiva, Josephson ritiene che la “realtà biologica” ed il “mondo quantistico”, anche se accomunati da rilevanti somiglianze soprattutto in riferimento alla presenza di fenomeni di non-località, “funzionano” su livelli differenti (anche se inter-correlati). In altre parole, la meccanica quantistica non rappresenta la teoria “ultima” circa la natura. Secondo Josephson la scienza del futuro riterrà la “Vita” (e la “Mente” ad essa collegata) un “sistema” molto più ricco, complesso e sofisticato rispetto ad un “sistema quantistico”.

 

Si potrebbe affermare, quindi, che se il “mondo” della meccanica quantistica è focalizzato sull’aspetto eminentemente “quantitativo” della “realtà”, il “mondo della Vita” è orientato alla “valenza qualitativo-teleologica” (finalistica) dell’universo. In altre parole, la Vita potrebbe in qualche modo corrispondere ad un sistema quantistico, rappresentato da una funzione d’onda “non-standard”, in grado di originare l’azione non-locale della mente e della coscienza. In tal senso, gli organismi viventi avrebbero (potenzialmente) accesso ad “informazioni” di gran lunga più ampie di quelle specificate nell’ambito della meccanica quantistica. Per dirla con le parole di Massimo Teodorani (che riprende quelle di Josephson), “… la Vita è una forma più sofisticata che richiede una fisica più sofisticata, una fisica in grado di creare anche ordine nelle strutture inanimate della meccanica quantistica”.

 

11.     Da tale angolo visuale, allora, il “bio-sistema” (con la relativa “teoria esplicativa”) assumerebbe una valenza “ontologica” (come aveva già intravisto David Bohm con la sua “teoria” dell’Ordine Implicato), a differenza di quanto è in grado di proporre la scienza quantistico-relativistica, orientata su valenze eminentemente “quantitativo-epistemologiche”.

 

Se, in altre parole, un bio-sistema risulta maggiormente complesso e sofisticato (in quanto “intelligente”) rispetto ad un sistema classicamente quantistico, dal momento che è in grado di determinare fenomeni di “entanglement mentale”, esso deve risultare in grado (avendolo, in qualche modo, “imparato”) di neutralizzare gli effetti della “decoerenza” (disturbi “esterni”), a cui sono inevitabilmente soggette le particelle quantistiche elementari.

 

È seguendo tale prospettiva che Josephson ipotizza che l’effetto di “entanglement mentale” (tipico degli “autentici” fenomeni paranormali) abbiano origine in una sorta di “dominio sub-quantistico”, correlato in qualche modo al “Campo di Plank”. E tale ipotesi risulterebbe emblematicamente correlata sia con la “teoria della coscienza” proposta da Penrose ed Hameroff, che con la teoria del “Campo akashico” del filosofo dei sistemi Ervin László.

 

12.     Di estremo interesse risulta anche, ai fini di una progressiva comprensione del “paranormale”, la teoria dei “campi morfici” e della “risonanza morfogenetica”, sviluppata dal biologo britannico Rupert Sheldrake.

 

Secondo le accurate osservazioni di Sheldrake, la “natura” sembra evolversi per il tramite di un “processo collettivo di apprendimento” (talora “improvviso”) invece che in conseguenza di lentissime e casuali mutazioni. In altri termini, la teoria proposta da Sheldrake appare in deciso contrasto con le posizioni del darwinismo (e neo-darwinismo), che postula necessariamente tempi lunghissimi e processi di graduale adattamento delle specie viventi.

 

In estrema sintesi, l’ipotesi di base prevede (per così dire) che l’apprendimento avvenga non solo a livello del “singolo”, ma anche a livello della “specie”. Sheldrake ha esaminato ed analizzato in maniera accurata specifici “eventi” relativi a varie specie animali, costatando che sembra sussistere un tipo di “memoria” insita nella “natura”, che sembra contenere in sé le caratteristiche del “tutto” (in analogia con le manifestazioni del “principio olografico” proposto da Pribam e Bohm, applicato al mondo della biologia). Tale meccanismo di “propagazione dell’apprendimento” pare aver luogo in maniera completamente non-locale. In tal senso, quella che Sheldrake definisce “risonanza morfogenetica” va inteso alla stregua di un tipo di bio-entanglement su scala globale.

 

A tal proposito, lo stesso Sheldrake afferma testualmente:

 

L’idea è che ci sia un qualche tipo di memoria della natura. Ogni tipo di cosa possiede una memoria collettiva. Ad esempio, prendiamo uno scoiattolo che vive adesso a New York. Quello scoiattolo è influenzato da tutti gli altri scoiattoli del passato. E quel processo che muove quell’influenza attraverso il tempo – la memoria collettiva dello scoiattolo sia per la forma che per gli istinti – io la chiamo risonanza morfica. È una teoria della memoria collettiva attraverso la natura. Ciò con cui si esprime la memoria sono i campi morfici, campi che si trovano dentro e attorno a ciascun organismo. I processi della memoria sono dovuti alla risonanza morfica … L’informazione viene trasmessa attraverso un campo che opera dentro e attorno una data unità morfica, la quale organizza la sua struttura caratteristica e modalità di azione.  … I campi morfici sono conformati e stabilizzati dalla risonanza morfica proveniente da simili unità morfiche, le quali si trovano sotto l’influenza di campi dello stesso tipo. Di conseguenza essi contengono un tipo di memoria cumulativa e tendono a diventare sempre più abituali[1].

 

Sulla base di test sperimentali su diverse specie animali, quindi, Sheldrake è giunto a ipotizzare un “meccanismo morfogenetico”, attraverso cui, qualora un certo gruppo (umano o animale) acquisisca alcune nuove proprietà (comportamentali, psicologiche o, anche, organiche), tali proprietà tenderebbero ad essere trasmesse sincronicamente agli altri membri della stessa specie. Per quanto concerne specificamente l’uomo, tale “meccanismo” permetterebbe (tra l’altro) anche il conseguimento di livelli progressivi di evoluzione e di consapevolezza mentale ad opera della “risonanza morfica”.

 

Tale prospettiva, attraverso cui l’universo appare sostanzialmente come un immenso “campo vibrante e risonante”, permette di iniziare a comprendere e fare luce sui cambiamenti “improvvisi” che sembrano essere talora avvenuti all’interno delle specie biologiche nel corso dell’evoluzione, nel senso che sussisterebbero dei “campi informativi non-locali” in grado di fornire (una volta raggiunto un “livello critico”) quella “struttura in-formativa risonante” entro la quale la realtà biologica evolve a livello fisico-materiale e psico-mentale.

 

Indubbiamente si tratta di una teoria che pare sfidare (in maniera decisa, ma al contempo, sufficientemente “rigorosa”) molti degli assunti della scienza “normale”, gettando una luce nuova e stimolante sul “mistero biologico” della “morfogenesi”, che è (e, in parte, ancora rimane) uno dei più grandi misteri della scienza, che andrà risolto nell’ambito di una teoria più vasta e maggiormente precisa. Una teoria che inglobi molti elementi della meccanica quantistica, ma che (come propone anche Brian Josephson) ponga il suo fulcro nel mondo della vita e della mente. Una teoria, quindi, che sia in grado di render conto non solo del “mistero della morfogenesi”, ma anche delle varie “fenomenologie” attinenti alla “materia”, alla “vita” e alla “mente” (cosciente ed auto-cosciente), nell’ambito di un quadro coerente, unificato, e matematicamente supportato. Tale teoria manca ancora. Per ora, però, possiamo almeno fissare con sufficiente chiarezza gli ambiti ed i limiti del “problema” e sperare (come hanno avuto il coraggio di fare Sheldrake e, con lui, la schiera degli “scienziati d’avanguardia” della nostra era) che tale teoria sia conseguibile, offrendone un primo (anche se parziale) abbozzo, attraverso i concetti di “campo morfogenetico” e di “risonanza morfica”.

 

13.     Prendendo in considerazione ciò a cui sono pervenuti vari e “seri” ricercatori, nei loro rispettivi campi di indagine, pare delinearsi, quindi, una “prospettiva paradigmatica” nuova e, contemporaneamente, fondata sulle “solide” basi della prospettiva quantistico-relativistica. Tale prospettiva apre ad una interpretazione non solo deterministica (pur sempre presente ed operante), ma (dialetticamente) anche finalistico-teleologica della “natura” e (in particolare) del fenomeno della “vita” e della “mente”.

 

Tale “prospettiva” apre alla possibilità che, in quello che noi uomini percepiamo come il “nostro universo” (dalle particelle elementari ai cristalli, fino agli esseri viventi, alla “mente” ed alla “società”), risulti con-formato da un unico “campo”. Tale “campo” potrebbe essere considerato come la rappresentazione complessiva di ciò che David Bohm ha individuato nell’Ordine Implicato, Karl Gustav Jung ha denominato Inconscio Collettivo, Roger Penrose ha definito Campo sub-quantistico ed Ervin László Campo akashico, Karl Pribam ha proposto di interpretare come realtà olografica e Dean Radin come coscienza globale.

 

Per dirla nei termini di Rupert Sheldrake, se i “processi cosmici” non si realizzassero mediante un “fondamentale” ed “universale” meccanismo di entanglement non-locale, ci sarebbe ragione di credere che probabilmente non esisterebbero “risonanze morfiche”, in quanto semplicemente non esisterebbe la “vita”. E, dal momento che la “vita” (e, con essa, la “mente”) è presente nell’universo, è possibile ipotizzare (come afferma il fisico teorico indo-statunitense Amit Goswami) che il “meccanismo morfogenetico” affondi le proprie “radici” nelle “scelte di una coscienza globale che governa il meccanismo della vita”.

 

Massimo Teodorani, riferendosi a tale “ipotesi” afferma testualmente:

 

Queste scelte possono a volte anche essere ritardate e poi emergere improvvisamente. E infatti si tratta proprio di un salto quantistico nato dal collasso di una funzione d’onda di origine sublime, dove tutte le possibilità giacciono in una specie di limbo fino a che un particolare momento di coscienza non effettua una scelta decisa. Tutto questo è un meccanismo ben diverso dalla mera evoluzione lenta e graduale di Darwin: non è una scelta dettata dalla prepotenza del più forte, ma solo dall’amore del più grande …[2]

 

14.     È ancora da rilevare che, oltre ai fenomeni attinenti specificamente alla “vita”, alla “mente” (e al “paranormale”), esistono ulteriori “fenomeni” (anch’essi strettamente “biologici”) che gli attuali modelli “paradigmatici” della scienza non sono in grado di spiegare, e che abbisognano di nuove “teorie esplicative” che riescano a far luce su di un “Oltre”, cui la Scienza (se è veramente tale) aspira incessantemente.

 

Per esemplificare in maniera sintetica e riportando ancora letteralmente le parole di Teodorani, sappiamo che “… non esiste ancora una spiegazione convincente della precisa sincronia di volo o di flusso che si può riscontrare nelle armoniose e cangianti geometrie prodotte da grandi stormi di uccelli o da branchi di pesci”[3].

 

… Addirittura in alcuni tipi di pesci, l’intero branco sembra comportarsi come una sola mente. Questa mente sente l’approccio di un predatore e in un attimo è in grado di coordinare la manovra evasiva del gruppo. Oppure possono comportarsi come una ‘palla’ che esplode in tutte le direzioni per poi ricongiungersi istantaneamente in un gruppo compatto.

 

Gli stormi di uccelli agiscono in maniera pressocché identica. Non è cosa non comune per uno stormo crescere fino a 100.000 componenti, e nonostante questo lo stormo può cambiare direzione quasi istantaneamente, e non sembra proprio che il cambio di direzione sia il risultato di un ordine di un qualche ‘capo-formazione’.

 

Risulta opportuno tener presente che ciò che è stato esemplificato attraverso il comportamento di pesci e di uccelli sembra avere una sorprendente analogia col comportamento dei “plasmi”, studiati da David Bohm nelle sue ricerche in questo specifico ambito (il “plasma”, denominato anche “quarto stato della materia”, è sostanzialmente un gas ionizzato, che viene solitamente considerato una “fase distinta” della “materia”).

 

Si è, per altro, evidenziato che, nella fenomenologia relativa a pesci ed uccelli sopra riportata, non è possibile spiegare la “simultaneità” di quei comportamenti facendo ricorso a forme “note” di comunicazione, come la vista oppure il suono. È stata quindi ipotizzata che pesci ed uccelli (come pure altre specie animali) siano “guidati” nei loro movimenti “sincronici” da una qualche sorta di “campo” in grado di coordinare il loro comportamento in quanto “gruppo”.

 

Esemplificazioni analoghe, per altro, possono essere riportate anche nell’ambito della vita-vegetale. Ricorrendo ancora a Teodorani, è stato rilevato che

 

… ad esempio una muffa, per la maggior parte della sua vita, vive come una ameba mono-cellulare. Ma quando ha necessità di cibo essa si trasforma improvvisamente in una entità molto più grande e dotata di nuove potenzialità. Sembra che le amebe individuali siano in grado di inviare un qualche tipo di segnale alle cellule vicine: alla fine migliaia di esse si radunano assieme, raggiungono una massa critica e – anche qui – senza l’aiuto di un apparente leader, si organizzano in un macro-organismo in grado di muoversi attraverso la foresta. In fase successiva iniziano a rilasciare spore dalle quali si formano nuove amebe individuali. Sembra proprio che anche in questo caso la sopravvivenza e la capacità riproduttiva di questi esseri apparentemente così primitivi siano guidate da una forma di vera e propria coscienza collettiva … [4]

 

15.     Le conclusioni a cui conducono le riflessioni sopra esposte sembrano portare, da una parte, a considerare con “meraviglia” le stupefacenti connessioni esistenti tra mondo “microscopico”, mondo “macroscopico”, “vita”, “mente” e “coscienza”, riportabili (sinteticamente) al fenomeno non-locale dell’entanglement e della “coerenza cosmica” (per dirla con Ervin László); d’altra parte, però, evidenziano anche l’ignoranza e l’incertezza che ancora caratterizza la scienza contemporanea, che indicano come probabilmente noi viviamo ancora in uno stadio di “civilizzazione” e di evoluzione delle conoscenze scientifiche ancora in fase molto “embrionale”.

 

Con ciò, non si intendono affatto minimizzare i risultati ed i progressi conseguiti dalla scienza (e dalla tecnologia) contemporanea. Ma, come si diceva, la “conoscenza” a cui noi esseri umani siamo pervenuti appare sempre più come la “punta di un iceberg”, le cui profondità sono ancora ampiamente da esplorare. “Profondità” che sembrano riportarci alle “metafore” degli antichi scienziati-filosofi che tale “realtà profonda” in qualche modo sentivano, ma ancora non potevano capire. Oggi noi abbiamo cominciato ad intravedere la possibilità di congiungere quel “sentire” con il progressivo “capire”. Ed ai nostri occhi comincia ad apparire (come afferma ancora Massimo Teodorani) una più ampia prospettiva della “realtà” in cui noi uomini ci troviamo immersi: “… non un universo sterile, fatto di gas, sassi e molecole organiche governate da casuali meccanismi biochimici, ma un universo cosciente … la cui matrice primigenia giace in un luogo senza spazio e senza tempo, da cui sgorga con continuità come acqua di sorgente l’informazione sulla reale identità del creato”[5].

 

 

 

 

 

[1] Sheldrake R., citato in Teodorani M., Entanglement. L’intreccio nel mondo quantistico: dalle particelle alla coscienza, Macro Edizioni, Cesena, 2007, pp. 151-152.

 

[2] Teodorani M., Entanglement. L’intreccio nel mondo quantistico: dalle particelle alla coscienza, Macro Edizioni, Cesena, 2007, p. 155.

 

[3] Ibidem, p. 156.

 

[4] Ibidem, pp. 156-157.

 

[5] Ibidem, p. 163.

 

 

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