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“Non entri qui chi non è geometra”

November 9, 2019

 

“Non entri qui chi non è geometra”

 

Questa la scritta che campeggiava all'entrata dell'Accademia di Platone.

A me è sempre parsa davvero... “fuori luogo”, dal momento che – come si sa – l'Accademia era una scuola di filosofia e, in tutta sincerità, io non ho mai visto alcun possibile collegamento tra la geometria e la filosofia.

Sì, certo, Platone studiava matematica, geometria e, se è per questo, anche astronomia e molto altro ancora, ma non ho mai capito perché non avesse scelto di scrivere, per esempio: “Non entri qui chi non è filosofo” o anche “Non entri qui chi non ama la ricerca”.

Di frasi di entrata ne avrebbe potute scegliere a migliaia, tra tutte le meraviglie che ci ha lasciato, eppure ha scelto quella...

Però ho sempre amato Platone, e quindi ho lasciato sempre aperta l'opzione che, se aveva deciso di scrivere proprio questa frase tra tutte le altre, un motivo doveva pur esserci e, molto semplicemente, ero io a non capirlo. Nessuno, però, questa frase me l'ha mai nemmeno davvero spiegata, non in maniera per me convincente, almeno.

 

Una certa insoddisfazione mi era sempre rimasta, di sottofondo, anche riguardo all'individuazione, da parte di Pitagora, dell'archè nel “numero”. Qui, a dir la verità, una spiegazione veniva data, a scuola, ed era inerente al fatto che – siccome nel modo di pensare greco il numero veniva identificato, visualizzato anche, come un insieme di puntini, di sassolini, per cui, ad esempio, al numero 3 corrispondevano 3 sassolini – allora non era così “strano” che si potesse pensare a questi numeri-sassolini come al principio primo, al costituente primo (o ultimo) della realtà.

Mah...se devo essere sincera, a me anche questa è sempre parsa una spiegazione un po' troppo semplice, per non dire semplicista: voglio dire, stiamo parlando di Pitagora!

E sì, certo, poi veniva spiegato che per questo filosofo la musica era molto importante, e che la musica è collegata alla matematica – e quindi ai numeri – e, si sa, che i Greci avevano questa “fissazione” per la misura, per l'armonia...

E sì, anche veniva riportato che la musica era intesa come mezzo di purificazione dell'anima.

Qui, che io mi ricordi, ci si fermava, mantenendo questo alone di mistero sul maestro che gli si addiceva molto perché, si sa, Pitagora era anche un “tipo particolare”, grande matematico sì, grande musicista sì, grande filosofo sì, ma, insomma...personaggio un tantino “fuori dalle righe”, con quelle sue manie di parlare a capo coperto e di non mangiare le fave...

Eppure...eppure...

 

Capita poi che io prosegua nei miei studi e non stia più lì a pensare al numero di Pitagora né alla geometria di Platone: avranno avuto i loro buoni motivi per dire quello che hanno detto...e pazienza...in fondo, non si può mica capire tutto!

Capita anche, però, che poi io incontri la Cabbalà ebraica e scopra che esiste un metodo per la sua lettura e interpretazione – la Ghematria [1]– che assegna ad ogni lettera un valore numerico e, quindi, indica anche che le parole possano essere lette come sequenze numeriche e, di conseguenza, le frasi e il testo della Bibbia Ebraica possano essere interpretati attraverso complicati “giochi” di rimandi tra numeri e lettere.

Questo è dei motivi per cui, tra l'altro, è vietatissimo, “scandaloso” e “pericoloso” modificare il testo anche solo di una virgola, di una lettera, di una parola e – se questo dovesse accadere per errore accidentale – laddove ci si accorga del “problema”, subito il testo deve essere fatto uscire dalla sinagoga perché considerato impuro e sacrilego.

Pare che la scienza della Ghematria sia molto difficile da apprendere, che sia riservata a discepoli particolari che dimostrano di avere particolari caratteristiche, che non sia nemmeno possibile apprenderla in maniera esaustiva e che ogni esperto si occupi solo di una piccola porzione del testo biblico, all'interpretazione del quale dedica solitamente tutta la sua vita. Una scienza esoterica, insomma, per dirla in una parola.

Pare anche, però, che – se utilizzata con arte e sapienza – la lettura ghematrica permetta di ricavare dalla Torah una serie di informazioni piuttosto interessanti e sorprendenti non solo sulla natura di Dio e su questioni squisitamente teologico-religiose, ma sulla stessa costituzione del mondo, della natura, dell'universo. Di più: pare che le stesse leggi fisiche, che la scienza va via scoprendo, ci siano già tutte, tutto sta “vederle” applicando la Ghematria in maniera adeguata.

 

Capita poi che io mi ricordi che Albert Einstein abbia detto che “la matematica è il linguaggio di Dio”[2] e che qualcosa di simile - ma direi uguale - avesse affermato anche Galileo Galilei ne Il Saggiatore[3], e sia Einstein che Galilei che erano due scienziati, mica due filosofi e tanto meno due teologi! E allora? Che confusione è mai questa in cui i filosofi parlano di numeri e gli scienziati di Dio?

Eppure...eppure...

 

E capita, infine, che io incontri il mondo della fisica quantistica – e mi ci scontri anche, perché proprio facile facile non è – e mi sembri di capire che, se da un lato si ribalta tutto – tutto quello che era stato dichiarato indubitabilmente vero dalla fisica classica, dall'altro torna fuori un sacco di “roba vecchia”.

E mi ricordo improvvisamente della scritta che campeggiava all'entrata dell'Accademia, e mi torna in mente la sezione aurea, chiamata anche “il numero di Dio”, e mi rammento della sequenza di Fibonacci, e poi trovo un piccolo accenno a un tale Grigori Grabovoi – scienziato e guaritore russo - che propone delle sequenze numeriche per guarire le malattie e scopro che anche i Sufi – i famosi mistici della tradizione islamica – avevano individuato e utilizzavano delle sequenze numeriche di guarigione.

A questo punto, non solo mi ritornano in mente Platone e Pitagora, ma, tutto a un tratto, si affacciano anche la geometria sacra, la cimatica[4], le recenti scoperte sul campo morfogenetico[5] e anche i discorsi sulla “memoria dell'acqua”[6] che si può “caricare di informazioni” con parole, suoni e anche numeri e che, a seconda della parola, del suono o del numero utilizzato, dispone i suoi cristalli in maniera geometricamente differente.

 

E quindi, dopo tutto questo, mi sorgono delle domande.

La prima fra tutte è: non è possibile che ci siano molti testi antichi che non vanno affatto letti in maniera metaforica, ma in maniera strettamente letterale?

Mi riferisco, ad esempio, al Timeo, il dialogo cosmologico di Platone, con tutti quei discorsi matematico-geometrici su come è stato creato il mondo e tutte le disquisizioni sulle figure geometriche. Spesso “liquidato” come un po' ostico da capire per la moderna sensibilità che, si sa, ha fatto passi da gigante nelle scoperte scientifiche, da sorridere, quasi, di fronte alla cosmologia platonica...E se non fosse un “come se”, ma fosse proprio così?

 

La seconda: non è possibile che le preghiere, i mantra, le “parole di potere” abbiano non solo un valore “spirituale”, non siano solo “onde vibratorie”, ma siano anche “sequenze numeriche” e, quindi, che abbiano anche una “valenza geometrica” nei corpi? E intendo “corpi fisici”, ma anche “corpi sottili”.

 

La terza, la domanda più ardita e la più emozionante: non sarà che c'è “qualcuno” che le sequenze numeriche le “sa” e le “sa usare”?

Mi si chiederà: per fare cosa?

Mi vien da dire: tutto...in fondo, sempre per rimanere con Platone, il Demiurgo – il Grande Artefice – non era quello che, per creare, “portava il numero nell'illimitato guardando alle Idee”?

Ché anche questa affermazione – sentita così – al Liceo, non è che mi fosse parsa poi chiarissima...

 

Dice Igor Sibaldi che gli uomini, anche quando non se ne rendono conto, accedono comunque, almeno a tratti, a un grande campo di informazioni che è stato chiamato in modi molto diversi nelle differenti tradizioni filosofiche, religiose, spirituali e che, quando l'accesso è “significativo”, diciamo così, si fanno quelle che poi chiamiamo le “grandi scoperte”. Ma, appunto, non è per niente scontato che noi si sia consapevoli di aver avuto un accesso al campo, e tuttavia, se l'accesso c'è stato, ne tiriamo fuori qualcosa: è il caso, dice Sibaldi, delle “imitazioni inconsapevoli”, cioè di quando crediamo di aver “inventato” qualcosa che, invece, abbiamo semplicemente visto nel campo e che, di qua, “copiamo”.[7]

Se c'è qualcosa di corretto e sensato in questo ragionamento – che io trovo estremamente affascinante – allora, rispetto alla potenza dei numeri, mi viene in mente che noi usiamo le combinazioni numeriche per aprire (e chiudere) le casseforti...ma nelle casseforti, di solito, mettiamo oggetti di grande valore...e, per aprire la cassaforte, bisogna conoscere la sequenza.

Ora, per conoscere la sequenza, o qualcuno te la dice oppure si va per tentativi, ma si potrebbe anche non arrivare mai a trovarla...

 

In ultima istanza – e chiudo – mi chiedo: siamo sicuri di aver indagato abbastanza in questa direzione? A me sembra proprio di no.

 

 

 

 

 

[1]La ghematria, anche gematria, ghimatriah, ghematriah, di etimologia incerta, forse da geometria, forse da grammateia, forse dalla combinazione di entrambe;

 

[2]Albert Einstein era di religione ebraica...che sia un caso?;

 

[3]«La filosofia [della natura] è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto dinanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscere i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi [sic] è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto»;

 

[4]Il termine cimatica designa una teoria, dovuta allo studioso svizzero Hans Jenny, che tenta di dimostrare un effetto morfogenetico delle onde sonore;

 

[5]Il concetto di campo morfogenetico è stato introdotto dal biologo britannico Rupert Sheldrake all'interno della sua rivoluzionaria teoria per cui i sistemi non sarebbero regolati solo dalle leggi conosciute dalla scienza, ma anche da questo campo che attiene alla modalità con cui le varie molecole, proteine, eccetera, si sarebbero disposte secondo un certo modello strutturale e non un altro tra i molti possibili. Queste configurazioni specifiche, una volta codificate in un certo pattern, sarebbero in grado di trasmettere le informazioni del pattern stesso alle altre molecole simili, pur in spazi e in tempi diversi; 

 

[6]La “memoria dell'acqua” attiene alla proprietà dell'acqua di mantenere informazioni e di trasmetterle una volta che le abbia acquisite. Famosi, in questo senso, gli studi di Masaru Emoto e di Luc Montagnier e dell'italiano Emilio Del Giudice;

 

[7]IGOR SIBALDI, I Maestri invisibili. Come incontrare gli spiriti guida.

 

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