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La scienza e il coraggio dell’ignoranza

November 29, 2019

 

 

La vera scienza nasce da un atto di umiltà.

Dal saper rinunciare a ciò che già si conosce (o si crede di conoscere).

Dall’avere il coraggio di riconoscere di non poter essere mai totalmente sicuri.

La consapevolezza della propria ignoranza sta al fondo (ed è il cuore) dell’autentico sapere.

È proprio tale consapevolezza (quella dei limiti del proprio sapere) che ha permesso all’uomo di imparare così tanto sul mondo.

 

La nostra conoscenza risulta sempre e comunque limitata.

Ciò che sappiamo (o crediamo di sapere) inevitabilmente potrà risultare sbagliato o impreciso.

L’esperienza ce lo dice. È accaduto (nel passato) ed accadrà ancora (nel futuro)!

Per fortuna (paradossalmente)!

 

Avere il coraggio (e l’audacia) di “liberarsi” di ciò che già si sa, fa del singolo essere umano un “guerriero”. Un autentico “uomo di conoscenza”.

Liberarsi, all’occorrenza (e con audacia, ma anche con sofferenza) anche delle convinzioni più radicate (… ombre proiettate sulla parete della platonica caverna).

 

La vera “scienza” nasce proprio da questo atto di coraggiosa “umiltà”!

 

Diffidare dall’accettare supinamente ciò che dicono e pensano tutti.

Avere in coraggio di andare oltre la “conoscenza-ormai-certa”, accumulata dai nostri padri.

Riuscire a non cadere nel tranello (paralizzante) del “… da che mondo è mondo …”.

 

I tempi in cui l’uomo ha avuto fede in ciò che “tutti credono” (… che si è sempre creduto) sono stati sempre tempi “oscuri”.

Tempi in cui tutto è rimasto “immobile”.

Non si è imparato nulla di veramente nuovo.

Se nessuno avesse avuto l’ardire di sollevare “dubbi”, per noi la Terra sarebbe ancora appoggiata su una grande tartaruga!

 

D’altra parte, fare scienza (e “coltivare conoscenza”) significa scontrarsi quotidianamente coi propri “limiti”.

Ben lo sa ogni “autentico” uomo di scienza.

Nessuno scienziato può oggi sapere quali altri corpuscoli saranno rilevati nel futuro (tra un giorno, un mese, un anno …) nei nostri Centri di Ricerca.

Quali equazioni domani descriveranno meglio e più compiutamente aspetti del nostro mondo micro e macro-scopico.

 

C’è davvero bisogno di umiltà!

Ogni “autentico” uomo di scienza sa di non sapere se la teoria alla quale sta lavorando (magari a costo di tanta fatica!) sia corretta, giusta, valida, efficace.

L’uomo di vera scienza (e “conoscenza”), in fondo, vive sempre e comunque ai limiti del sapere (innumerevoli limiti!). Vive sempre ai bordi del conosciuto.

 

Nonostante tutto, però, la scienza (quella “autentica”) è “affidabile”.

In realtà, la scienza può risultare autenticamente “affidabile” non perché offra risposte “certe”.

Lo è (affidabile) se (e quando) riesce a fornire le migliori risposte disponibili “al presente”.

Con la consapevolezza che tali risposte saranno (inevitabilmente e … per fortuna!) superate, oltrepassate, “falsificate”.

La vera scienza rispecchia, sempre e solo, il “meglio del momento presente”.

La “garanzia” che sue risposte (quelle dell’autentica scienza, appunto) siano le migliori disponibili è offerta proprio (e solo) dall’apertura a rimettere sempre in discussione le proprie “risposte”.

Ci saranno di certo (nel futuro) risposte migliori!

 

Per questo, le risposte della scienza non risultano affidabili in quanto “definitive”.

Al contrario! Sono affidabili proprio perché non-definitive.

È solamente la “consapevolezza-della-propria-precarietà” che investe la scienza della sua straordinaria “affidabilità”.

 

Il fatto è che in fondo (e “nel profondo”), l’uomo ha bisogno di “affidabilità”, non di “certezza”.

Ho detto però, “nel-profondo” … non “in-superficie”!

In superficie, sì che noi uomini siamo portati a desiderare “certezze”!

E come! E, se possibile, anche “certezze assolute”!

Ma (purtroppo) tali “certezze” sembrano proprio non essere disponibili in questa dimensione dell’esistenza in cui ci troviamo “gettati” a vivere.

Pena, cocenti delusioni ed amari “disinganni”. O atroci e subdole “ipocrisie”.

 

Per questo, la vera ed autentica scienza (quella che nutre ed evidenzia, nel profondo, l’umanità che è in noi) è “ricerca” (e “conseguimento” … e “offerta”) di risposte “affidabili”, non di risposte “certe".

In questo (e per questo) la natura profonda del pensiero scientifico è “critica”.

Audacemente insofferente ad ogni conoscenza e sicurezza “a priori”.

Lo scienziato (ed il “vero” uomo-di-conoscenza) è, fondamentalmente, un ribelle!

 

Certo, vivere l’incertezza non è facile!

Saperlo fare significa accettare di vivere il (e confrontarsi col) “mistero”.

E la scienza, se è veramente tale, è (e non può che essere) aperta-al-mistero.

Molto più delle religioni!

Proprio perché la “scienza” non pretende di conoscere (e di offrire) le risposte ultime.

Non ha (e non pretenderà mai di avere) un accesso privilegiato alla Verità.

 

È comunque vero! Tanti (veramente, tanti di noi … forse tutti!?) agogniamo una “certezza” (qualunque essa sia) … anche se “infondata” … purché sia “certezza”!

Ed è ben comprensibile!

L’incertezza fa paura!

Abbiamo bisogno di rassicurazioni; qualcosa che plachi (finalmente!) la nostra inquietudine, in questa strana, tremenda e stupefacente esistenza!

 

E c’è sempre (e c’è sempre stato) qualcuno che pretende (e ha preteso) di offrirci le risposte “ultime”.

La storia è colma di individui (e Istituzioni) che dicono (e hanno detto) e pretendono (e hanno preteso) di conoscere e possedere la Verità.

Quanti “depositari della Verità” ha conosciuto l’Umanità!

Il mondo è (ed è stato sempre) pieno di “depositari della Verità”.

Ciascuno con la propria Verità.

Ognuna diversa da quella dell’altro … ovviamente!

 

Ma, “ovviamente”, ognuno è libero di credere! Anche “ciecamente”! Perché no!

Per parte mia, comunque, preferisco guardare in viso (e apertamente) la mia “ignoranza”.

E accettarla.

Per guardare (ed andare) Oltre.

E anche “sperare” (kantianamente) in un “Oltre”.

Sapendo bene che l’autentica “speranza” non può (per definizione) tramutarsi mai in “sicurezza”!

La speranza è sempre “rischio”. Non può non esserlo!

Altrimenti non sarebbe “speranza”, quanto piuttosto sottile (subliminale e subdolo) “autoinganno”!

 

Per tutto questo, accettare supinamente (come pure pretendere di annullare) l’ignoranza, per me, significherebbe restare impigliato nella “superstizione”. E nel pregiudizio!

Per questo, io preferisco prenderne coscienza (dell’ignoranza) e cercare infaticabilmente di diminuirne il “campo di impatto”.

Lo considero più “onesto” … e anche (e addirittura!) più “bello” e maggiormente “stimolante”!

A me piace guardare più lontano. Andare un po’ più in là. “Oltre”.

È una delle poche cose attraverso cui riesco a dare un “indirizzo” alla mia esistenza.

Avverto che le dà Sapore (all’esistenza). Senso. Direzione.

Forse perché, come per l’Ulisse dantesco, anche io non mi sento affatto propenso … a viver come bruto, ma per seguir virtute e conoscenza … …

E perché, come afferma Carlo Rovelli, anche per me è bello pensare (e “sperare”) che “… oltre la collina, ci sono altri mondi ancora più vasti, ancora inesplorati” … … …

 

 

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