• Lisa De Luca

“Uno vale uno”? Dipende. Riflessioni sulla libertà di opinione tra epistemologia ed etica.




“Uno vale uno”. Slogan usato – e abusato – soprattutto di questi tempi, a significare, in maniera veloce e incisiva (questo, d’altra parte, devono fare gli slogan) il concetto che la mia idea vale tanto quanto la tua. Detta così, sembra quasi una banalità. Ancora più banale, dal momento che siamo tutti sinceramente – e spesso acriticamente – convinti di vivere in un mondo “democratico” nel quale, quindi, la libertà di parola, di espressione, di culto, di stile di vita è data per definizione. O almeno così ci sembra. Di solito, dimentichiamo che, per raggiungere questa “grande libertà”, ci sono voluti secoli di lotte, di battaglie, di martiri.

Non voglio qui indugiare sul fatto che, proprio ora, proprio nel nostro mondo definito, appunto, “democratico”, a più di qualcuno stia sorgendo il dubbio che proprio tutta questa libertà non ci sia, o non ci sia più – ammesso e non concesso che ci sia mai stata. Voglio, invece, riflettere su che cosa significa l’affermazione “uno vale uno” se la analizziamo un po’ più da vicino e come non sia affatto scontata né, forse, nemmeno del tutto e perfettamente “buona-bella-giusta”. Ma, forse, lo potrebbe diventare.


Innanzitutto, è necessario distinguere i campi di applicazione dell’”uno vale uno”.

Intendo: un conto è dire che, quando per esempio andiamo a votare, il mio voto, di me che – faccio per dire – faccio il panettiere, vale “uno” tanto quanto il tuo voto, di te che – faccio sempre per dire – fai il muratore.

Su questo aspetto, almeno nella nostra epoca e nel nostro “pezzetto di mondo”, credo si possa serenamente concordare, pur ricordando che, in altri tempi, non è sempre stato così e che ancora così non è, in altri luoghi.

E questo è un conto, anche se, anche sotto questo aspetto, si imporrebbero delle riflessioni più approfondite.


Un altro conto è dire, invece, che la mia idea, di me che sempre faccio il panettiere, vale “uno” in materia di costruzioni edilizie tanto quanto la tua idea, di te, che di mestiere fai il muratore.

In questo caso, le cose necessitano di alcune ulteriori specifiche e non si può liquidare la questione con la generica “libertà di idee”.

Spiego: il muratore dovrebbe essere “più competente” del panettiere in materia edilizia, tanto quanto il panettiere dovrebbe essere “più competente” in materia di panificazione del muratore.

Questo significa che, tanto il panettiere quanto il muratore, dovrebbero avere delle conoscenze teoriche e una perizia pratica – ognuno per il suo campo professionale – in grado di rendere l’uno un “buon muratore” e l’altro un “buon panettiere”.

Altrimenti tutti potrebbero fare tutto: cosa che non è, soprattutto in un contesto altamente specializzato quale è il nostro.

Pertanto, ipotizzando che l’uno sia un “buon panettiere” e l’altro un “buon muratore”, verrebbe da concludere che l’opinione del primo “vale di più” in materia di panificazione e quella del secondo “vale di più” in materia edilizia.


Ma qui iniziano a sorgere le prime questioni, ad esempio: se così stanno le cose, allora il panettiere, se vuol farsi costruire una casa, deve “fidarsi ciecamente” del muratore senza avere alcun diritto di parola? E il muratore non ha nessun diritto di dire al panettiere che la sua pagnotta è bruciata?

Già qui, anche senza fare i filosofi, ma utilizzando solo il comune buon senso, verrebbe da dire che no, non è “vietato” a uno dei due esprimere un parere, un dubbio, oppure porre una domanda, chiedere una spiegazione, in merito all’operato dell’altro.


Proviamo allora a riflettere: siamo partiti dicendo che, conditio sine qua non del ragionamento, è il fatto che uno sia un “buon muratore” e l’altro un “buon panettiere”.

Ma cosa vuol dire “buono” in questo caso?

A me pare che la migliore definizione possa essere quella che si rifà al concetto greco di areté – ovvero “virtù” – che però non ha carattere moralistico (mentre ha carattere etico-morale, e lo vedremo), ma significa “eccellenza”. Cioè a dire: è un “buon panettiere” così come è un “buon muratore” colui che possiede il massimo delle conoscenze in materia e che sa applicare praticamente tale sapere. Ancora più semplicemente: uno è “virtuoso” quando “sa” e quando “sa fare”.

Certo, ognuno con i suoi costitutivi e ineliminabili limiti umani, ovvero prevedendo che ci siano delle “gradazioni” nella scala delle “virtù”, ovvero dell’”eccellenza”.

D’altro canto, non tutti i cantanti sono Pavarotti, ma questo non significa che Pavarotti sia l’unico cantante “virtuoso”, “eccellente”.


Bene, sembra quindi che la questione possa essere risolta a livello epistemologico, cioè sembra che basti evidenziare correttamente gli ambiti di applicazione e pertinenza di una certa disciplina e i criteri per valutare se, nell’ambito individuato, le cose vengono fatte “bene” o “male” quanto a “sapere” e “saper fare”. Di sicuro, “sapere” e “saper fare” non si percepiscono come disgiunti, dal momento che a nessuno verrebbe in mente di dire che uno è un “buon panettiere” se avesse letto tutti i libri disponibili sulla panificazione, ma non fosse in grado di mescolare la farina con il lievito, né nessuno sosterrebbe che uno è un “buon muratore” se conoscesse alla perfezione l’arte delle costruzioni, ma non fosse capace di mettere un mattone sopra l’altro.


A livello epistemologico, tuttavia, la questione non è affatto risolta, semmai si complica perché – se può essere relativamente semplice distinguere il campo d’azione del panettiere da quello del muratore (e già, però, è meno semplice distinguere il campo di azione del muratore da quello del carpentiere, e quello del carpentiere da quello del lattoniere…) – non è sempre così facile dirimere la faccenda in altri contesti.

Un esempio su tutti: la religione e la scienza ancora si devono accordare su chi può/deve dire cosa e la filosofia saltella, traballa, si irrigidisce e poi si apre, una volta verso l’una e una volta verso l’altra, con alternanza di amore e odio per entrambe che la ricambiano con uguali altalenanti e alternanti sentimenti.


E infatti, io credo, se l’epistemologia può certamente essere di grande supporto nella gestione di questa tematica, purtuttavia il “nocciolo duro” della questione non risiede qui, ma affonda le sue radici nell’etica.

Nell’etica? Sì, proprio nell’etica.

La “soluzione” – si fa per dire – è molto più semplice di quanto sembri e, proprio perché semplice, non la si scorge se si continua ad approcciare il problema in maniera complessa e complicata.


Dunque, se la questione è semplice, proviamo a semplificare: non andiamo forse tutti a comperare il pane dal nostro panettiere “di fiducia”? E non abbiamo forse tutti il nostro medico “di fiducia”, il parrucchiere “di fiducia”, l’idraulico “di fiducia” e via di seguito?

Ma cosa significa “di fiducia”?

Non certo che il mio panettiere, il mio medico, il mio parrucchiere, il mio idraulico siano i migliori – tecnicamente – in assoluto.

Primo perché, se così fosse, per assurdo dovrebbe esserci un solo panettiere, un solo medico, un solo parrucchiere e un solo idraulico al mondo, coincidenti con il “migliore assoluto”, ma questo non è e non può essere perché si ritorna all’“esempio Pavarotti” sopra esposto.

Secondo perché, se non sono io stesso un panettiere, un medico, un parrucchiere, un idraulico, come faccio a valutare se quello che scelgo è più o meno “bravo”, più o meno “buono” nel senso di “virtuoso” ovvero “eccellente”?

Infatti, di solito, queste scelte non si fanno con il solo raziocinio, fermo restando che se un’amica mi dice di essere andata dal parrucchiere per farsi bionda ed è uscita con i capelli verdi, magari posso legittimamente farmi venire il dubbio – pur non essendo esperto in materia – che tale parrucchiere non sia proprio il migliore.

Noi ci muoviamo in questi ambiti, come in tutti gli altri della nostra vita, con una “doppia bussola”: una parte della bussola è razionale e una parte attiene…ad “altro”.

Questo “altro” ha molto a che fare con l’istinto, la sensazione, l’intuizione e con la…fiducia.

Abbiamo probabilmente sperimentato tutti di dover scegliere un “professionista” e, a parità (ma, a volte, anche a disparità…) di “perizia tecnica”, aver preferito quello che ci “piaceva” di più, quello che ci “ispirava più fiducia”.


Ed ecco che proprio qui – proprio sulla “questione fiducia” – l’“uno vale uno” diventa, tout court, una “questione etica”.

La “falla” del sistema e, insieme, la grande “chiave di volta” sta tutta qui.


Ed ecco allora che “uno vale uno” rimane vero, rimane valido e guai a metterlo in discussione, ma – se mi “fido” di chi parla, se mi fido del “professionista” – sarò io stesso il primo a riconoscere, serenamente e non con frustrazione, che la parola dell’idraulico sulla perdita d’acqua e quella del muratore sulla costruzione del tetto “vale di più” della mia non perché diverso sia il nostro “peso” come individui, come persone, ma perché lui/loro detiene/detengono – legittimamente – l’areté, la “virtù”, l’“eccellenza” nel suo/loro ambito specifico.

Questione risolta, quindi, verrebbe da dire.

Niente affatto.


Perché “mi fido” di una persona e “non mi fido” di un’altra?

Se rimaniamo nell’ambito dei “professionisti”, escludendo i nostri rapporti personali che seguono, almeno in parte, logiche differenti, verrebbe da dire che, per “fidarsi” o “non fidarsi” basterebbe testare il “sapere” e il “saper fare” della persona a cui mi rivolgo.

Ma io non ho mai chiesto di visionare il diploma del muratore né gli ho mai chiesto di fare una prova di costruzione prima di affidargli i lavori di casa anche perché, per riprendere un concetto già espresso, non sarei nemmeno in grado di valutare se il muratore ha studiato in una scuola “affidabile” e se il muretto di prova è ben costruito…

Mentre di certo ho chiesto ad amici, parenti e conoscenti – comunque a persone di cui “mi fido” – se sanno dirmi come lavora quel certo muratore: loro stessi lo possono sapere per esperienza diretta e/o perché, a loro volta, hanno chiesto informazioni ad altre persone di cui “si fidano”.

Una delle caratteristiche della “fiducia”, infatti, pare essere quella di funzionare come una “catena”, laddove non si possa – e quasi sempre non si può – verificare direttamente e personalmente.

Per esplicitare meglio questo concetto, può fare al caso nostro l’esempio di come funzionano le lavorazioni nel mondo aeronautico e, più in generale, come “ragiona” tutta la logica aeronautica stessa.

Ora, trattandosi di processi molto complessi, nessuno li conosce nel dettaglio dall’inizio alla fine, ma ognuno ne possiede – approfonditamente – solo una porzione. Per quanto attiene alla sua piccola parte, l’individuo singolo è perfettamente in grado di eseguire le operazioni che gli competono in maniera tendenzialmente “perfetta”: possiede, cioè, tutte le competenze tecniche e tutte le informazioni teoriche (il “sapere”) per svolgere la sua mansione. Infatti, ogni lavoratore autocertifica ciò che fa, ovvero, sostanzialmente, scrive su un apposito documento cosa ha fatto e come lo ha fatto, prendendosi la responsabilità personale che ciò che è scritto corrisponde a ciò che è stato fatto e che ciò che è stato fatto è stato eseguito “a regola d’arte”.

Alla fine del processo è previsto un controllo finale. Ma che cosa viene controllato? Non certo il lavoro effettivo, che spesso si è svolto in un tempo più o meno lungo e che ha visto il coinvolgimento di molte persone. Viene controllata, di fatto, tutta la mole di documenti prodotti durante il ciclo di lavorazione, costituita da tutte le singole autocertificazioni di tutte le singole figure professionali che, ognuno per il suo “pezzettino di lavoro”, hanno scritto quello che hanno fatto, assicurando – diciamo così – che quello che è scritto corrisponde perfettamente a ciò che è stato davvero eseguito.

Il processo è teoricamente perfetto perché, controllando “la carta”, con le premesse di cui sopra io sono in grado di controllare il processo reale, perché “la carta” corrisponde perfettamente alla “realtà”. Se tutto quadra “sulla carta”, quindi, io posso stare tranquillo che tutto è stato fatto bene, se, invece, dovessi riscontrare un errore “sulla carta”, questo corrisponderebbe inevitabilmente ad un errore commesso durante la lavorazione e mi permetterebbe quindi di intervenire proprio in quel segmento specifico del processo che non è stato svolto correttamente. Come noto, il mondo aeronautico è famoso per l’elevatissimo grado di sicurezza e controllo e, infatti, a rigore non esiste solo un controllo finale, ma anche numerosi controlli intermedi secondo il principio della “ridondanza”, ovvero secondo l’idea che è meglio controllare una volta di più che una volta di meno.

Si può serenamente affermare che, nel suo complesso, il processo funziona e, a prova di ciò, sappiamo tutti che l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro in assoluto.

Ovviamente, nonostante la sua spasmodica tendenza alla perfezione, al famoso “rischio zero”, gli errori capitano, come in tutti i campi in cui opera l’essere umano. Ma non è questo che ci interessa ora, quanto piuttosto ci interessa capire qual è la base vera di questa che è la metodologia più sicura che esista e che infatti, non a caso, viene seguita non solo in campo aeronautico, ma in moltissimi altri contesti dove è fondamentale che la possibilità di errore sia ridottissima e tendente allo zero. (Es. il mondo sanitario, ma anche il mondo delle centrali nucleari, tanto per dire).


Ebbene, la base vera, il motivo per cui le cose funzionano è la responsabilità del singolo e la fiducia reciproca. Cosa significa? Significa che io, singolo lavoratore, devo avere ben chiaro che quello che autocertifico deve necessariamente essere quello che ho davvero fatto – deve essere la “verità” – e io che controllo, o io che eseguo un’altra operazione all’interno del processo, devo essere sicuro che quello che ha scritto il mio collega corrisponde a quello che ha fatto, che corrisponde alla “verità”.

Ma questa responsabilità e questa fiducia non sono solo caratteristiche “tecniche”. Anzi!

Cioè a dire: la competenza tecnica è certamente indispensabile, e certamente viene garantita e verificata, ma è solo il requisito di base, cioè è data quasi per scontata, nel senso che nessuno si sognerebbe di far aggiustare il motore di un aeroplano a uno che tecnicamente non lo sa fare!

Ma non è questo il punto! Il punto è – ed è per questo che il sistema funziona così bene – che io sono tranquillo non solo del fatto che il lavoratore x sa fare tecnicamente quell’operazione, ma, soprattutto, che è persona “responsabile” e “degna di fiducia”. Infatti viene testato – eccome – il grado di “responsabilità” e di “affidabilità” dei singoli individui. C’è un rapporto – appunto – fiduciario.

Chiaramente, non si pretende che le persone siano responsabili e degne di fiducia “per natura”, cioè esiste un sistema formativo – complesso e molto elaborato – per sviluppare al massimo grado possibile queste caratteristiche nei singoli individui.


Questo esempio, che ho fatto solo perché conosco il mondo di cui ho parlato, ma se ne potrebbero anche fare altri, mi pare però assai significativo per ragionare sui termini della nostra questione e tentare di giungere, se non alla soluzione del problema, almeno a scorgere possibili vie da intraprendere.

Il punto focale della faccenda, a mio avviso, non attiene solo alle “competenze tecniche”: se così fosse, sarebbe tutto più facile e basterebbe “imbottire” a più non posso le persone di nozioni e questo basterebbe a garantire la competenza di chi fa e la tranquillità di chi si affida a chi sa fare.

Il punto debole del sistema, invece, non sta qui, ma nell’atteggiamento di “responsabilità” e “fiducia” che – soli – possono garantire la tenuta globale del sistema.

Devo potermi fidare - e affidare, mi viene da dire - non perché faccio un atto cieco, ma perché devo poter essere sicuro che, nel tal ambito, che io non padroneggio, il relativo “professionista” è tale sia perché “sa” (ovvero ha le competenze teoriche), sia perché “sa fare” (ovvero ha le competenze tecniche), sia perché – soprattutto – è “responsabile” (ovvero agisce in quella che una volta si chiamava “buona fede” o, se vogliamo, “in scienza e coscienza”) e quindi pronto ad assumersi le conseguenze di eventuali errori, sia perché è persona “fidata” (ovvero non solo non è un ciarlatano, ma opera per quello che, sempre tanto tempo fa, era detto “bene comune”).

E allora, per tornare al punto di partenza: “Uno vale uno?”.

Sì, ma solo alle condizioni appena dettagliate.

“Uno vale uno” se tu sai, se tu sai fare, se sei consapevole di cosa sai e di cosa sai fare e di cosa non-sai e di cosa non-sai-fare, se sei responsabile, se sei affidabile.

Ma siccome non esiste la “patente di responsabilità e affidabilità”, ma solo gli attestati, le certificazioni, i pezzi di carta che però non si sa mai se siano corrispondenti o meno alla “realtà” perché non ovunque vige la ferrea logica aeronautica, allora bisognerà scovare un altro modo per creare una rete di persone responsabili e affidabili.

Una via da intraprendere, il più presto possibile, è quella dell’educazione. Sì, perché la responsabilità e l’affidabilità si possono “imparare” e anche “insegnare”. Ma non sui libri o, almeno, non solo su quelli.

Qual è, infatti, il vero e peculiare motivo per cui il sistema aeronautico funziona così bene?

Perché ne va della vita della gente, in primis del pilota, che ha un enorme interesse a fare le cose “bene” e un altrettanto grande interesse a che le cose che non fa lui vengano comunque fatte “bene” … perché poi, sull’aereo, quindi per aria, ci va lui e, se qualcosa va storto, non può smontare al volo, per usare un gioco di parole.

Cosa vuol dire?

Vuol dire che, se vogliamo costruire un sistema composto di persone responsabili e affidabili, in cui non solo il sistema nel suo complesso funzioni bene, ma anche che gli individui siano da un lato tutelati dal sistema stesso e, dall’altro, valore aggiunto per l’apporto singolo che apportano alla totalità, è necessario che ognuno abbia la percezione chiara di quale è il suo posto all’interno della struttura e quali possono essere le conseguenze – positive e/o negative – del suo operato.

Serve quindi senza dubbio una conoscenza teorica quanto più vasta e completa possibile del sistema nel suo complesso, ma è altresì indispensabile avvertire praticamente, concretamente, quali sono o potrebbero essere gli effetti del mio fare/non-fare, fare-bene/fare-male, dire/non-dire su ciò che è “altro da me”.

Si può certamente obiettare che è molto difficile raggiungere questa consapevolezza in sistemi altamente complessi e parcellizzati come sono quelli che dominano il nostro mondo.

Concordo, ma questo rimane insuperabile solo se ricadiamo nella sola competenza tecnica della questione. Ma la competenza tecnica, come spero di aver spiegato, non è la vera chiave di volta, ma solo l’aspetto più superficiale e visibile della faccenda oltre che, al limite, il più semplice da risolvere laddove proprio lì risiedesse un deficit.


Pur che la caratteristica peculiare dell’essere umano è la sua capacità raziocinante, non è la ragione che “muove”, né ha mai mosso alcunché.

Altre sono le facoltà da sviluppare, o da riscoprire, o da scovare ex novo: non ci si fida di qualcuno “con la testa”, ci si fida “con la pancia”. E la “pancia” non vale affatto meno della “testa”: sono due bussole indispensabili al nostro vivere nel mondo, che funzionano solo se sono entrambe ben tarate e se comunicano in modo efficace ed efficiente tra di loro.

Ma il nostro è un tempo strano, dove entrambi questi “strumenti di bordo” sono in profonda crisi, così come in crisi sono tutte le categorie che abbiamo utilizzato fino a questo momento per interpretare il mondo, la vita, noi stessi.

E dalle crisi, si sa, si può uscire annientati oppure rinnovati. Al momento, difficile scorgere come andrà questa volta. Quasi impossibile fornire “ricette magiche”. Ma sempre utile – indispensabile direi – provare a riflettere e, se possibile, provare a guardare le questioni da diversi punti di vista, meglio se nuovi.

Il famoso paradosso della specializzazione – a cui vengono attribuite differenti paternità – così recita: “a furia di sapere sempre di più su sempre meno, finiremo per sapere tutto su nulla”.

Non siamo distanti da questo punto di arrivo, anzi, forse l’abbiamo anche già superato, senza nemmeno rendercene conto.


Mi sembra ancora valida la massima agostiniana “Credo ut intelligam et intellige ut credam” – “Credo per capire e capisco per credere” che, sebbene lui utilizzasse in contesto religioso, non è meno pertinente, io credo, per cercare di muoversi nel mondo, soprattutto in un mondo complesso come quello attuale.

Perché mi pare davvero che, al fondo, tutto si giochi sulla fiducia, ma la fiducia ha molto a che fare con la “fede” – non intesa, ribadisco, in maniera necessariamente religiosa.

Ci resta da decidere se vogliamo praticare una “fiducia cieca” oppure una “fiducia consapevole”, se così si può chiamare. Per intraprendere la via della “fiducia consapevole” non credo affatto che basti la nostra sola capacità raziocinante, che vedo come condizione necessaria ma non sufficiente per risolversi in merito al chi/cosa dare/non dare la nostra “fiducia”.

Qui, proprio qui, a partire da questo punto nodale, possiamo cominciare a indagare se già possediamo o se possiamo sviluppare delle “facoltà adatte” a navigare in questo mare magnum dove è perlopiù difficilissimo distinguere gli scogli dalle isole, le onde dai marosi, la brezza dalla bufera.

E qui, proprio qui, le questioni presentate non sono più “solo” razionali, non sono più “solo” epistemologiche, ma scivolano inesorabilmente nella nostra dimensione etica senza praticare la quale, alla maniera esposta, io credo che non se ne esca.

E allora, teniamoci pure l’“uno vale uno”, ma che non sia uno slogan ad effetto, ma il punto di partenza e – insieme – il fine a cui tendere: che tu ed io si sia “uno” nella nostra singolarità, individualità, irriducibilità e che “tu” non sia mai “me” e che “io” non sia mai “te” perché è nella differenza che si tutela l’uguaglianza e non nella piatta omologazione, che a me tanto ricorda il “cattivo infinito” di hegeliana memoria, quella “notte nera in cui tutte le vacche sono nere”. E che “io” sia responsabile e affidabile e che “tu” sia responsabile e affidabile, così “io” potrò affidarmi a “te” e “tu” potrai affidarti a “me”. Perché su questo nostro “aereo-mondo” siamo tutti imbarcati, pilota compreso, e neanche lui può scendere al volo.

Se è così, allora sì, allora “uno vale uno” mi piace. Ad altre condizioni, mi piace molto meno, a tratti non mi piace affatto.



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