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LA STORIA IN BREVE

 

L’Antropologia neo-Esitenziale è una disciplina che, storicamente, ha cominciato a svilupparsi nella seconda metà del Novecento.

 

Essa nasce dall’intento di applicare alcuni dei più fecondi principi dell’antropologia filosofica ad orientamento esistenziale al settore clinico-terapeutico, specialmente nell’ambito della Psicoterapia e delle “professioni di aiuto”.

 

La “filosofia dell’esistenza” e la “fenomenologia” del primo Novecento avevano già ampiamente influenzato sia la psicopatologia che la psicologia e la psichiatria, dando origine a diversi “orientamenti clinici”, caratterizzati da un comune substrato filosofico-antropologico.

 

Basti pensare (per fare qualche esempio) alla Daseinsanalyse di L. Binswanger ed alla Analitica Esistenziale di M. Boss.

 

Fu nella seconda metà del Novecento che in Italia cominciarono ad essere conosciuti tali orientamenti ad indirizzo antropologico-esistenziale.

Tra di essi, l’approccio maggiormente divulgato ed applicato nell’ambito delle “professioni di aiuto” fu indubbiamente quello denominato col termine di Existenzanalyse (comunemente conosciuto con nome di Logoterapia e Analisi Esistenziale), proposto da Viktor Emil Frankl (fondatore della “terza scuola viennese di psicoterapia”, dopo quelle di Sigmund Freud e Alfred Adler).

 

La divulgazione di tale orientamento clinico-antropologico, nella nostra penisola, fu dovuta soprattutto all’opera del Prof. Tullio Bazzi, e poi di Eugenio Fizzotti e Luigi Peresson. Quest’ultimo, in particolare, negli anni settanta del Novecento, all’interno della scuola di specializzazione in psicoterapia (CISSPAT), da lui diretta a Padova, promosse l’istituzione di una specifica sezione di Logoterapia e Analisi Esistenziale, di cui lo stesso Viktor Frankl ricoprì la carica di presidente onorario.

 

E’ in questo contesto culturale ed in tale ambito temporale che cominciò a nascere (e, quindi, a svilupparsi) l’orientamento che prenderà il nome di Antropologia neo-Esistenziale, sorto principalmente dall’esigenza di coniugare in maniera sempre maggiormente efficace l’ambito teorico-antropologico ad indirizzo esistenziale con la concreta prassi clinica.

 

Il gruppo di ricerca che (a partire dai primi anni ottanta del Novecento) cominciò ad elaborare progressivamente un “modello” clinico-applicativo ad orientamento neo-esistenziale, individuò in particolare nei principi della “pragmatica della comunicazione” e della “psicolinguistica generativa” il trait-d’union per una proficua opera di aggiornamento e ricalibrazione di molti aspetti dell’approccio filosofico esistenziale, a fini eminentemente terapeutici.

Gli studiosi e i ricercatori che attualmente sono impegnati nello sviluppo dell'orientamento neo-Esistenziale stanno indirizzando il loro lavoro verso un approccio multidisciplinare capace integrare i contribuiti provenienti dai molteplici ambiti del sapere (antropologia, filosofia, psicologia, pedagogia, fisica quantistica, epigenetica, etc.), per giungere ad una visuale di insieme che possa permettere lo sviluppo di una rinnovata ed innovativa idea di "uomo".

Secondo tale prospettiva, l'"uomo", appunto, si configura sia come Singolo (unico ed irripetibile), che come parte di un Tutto (il "Mondo" inteso come realtà nel quale l'uomo vive e con la quale si relaziona, insieme agli altri uomini). 

In tale ordine di idee, lo studio dell'uomo non può prescindere dallo studio del mondo che lo circonda, del quale fa parte ed è parte integrante.